lunedì, 28 dicembre 2009

Come forse si era capito dal mio ultimo scritto, Buon Natale, la mia non era una famiglia "abbiente". Non che fossimo poveri in senso stretto: mio padre faceva tre o quattro lavori (risulta che avesse i baffi fino a quando avevo dieci anni, ma non mi ricordo di averlo mai visto così), e la mamma faceva la sarta in casa. Quindi denaro ce n'era, immagino. Ma veniva rigorosamente messo da parte. Doveva servire a comprare l'appartamento al secondo piano.

La situazione attuale, in cinque (i genitori, io e le mie due sorelle) in una stanza ricavata con una parete di cartone dal fondo del corridoio dei nonni doveva essere temporana, il più temporanea possibile.
Sicchè, l'intera famiglia (me compreso, che avevo tre anni) era chiamata al sacrificio. Non si poteva spendere per prelibatezze, nè tantomeno per dei doni. Ma per fortuna, l'azienda per la quale lavorava mio padre (nel suo lavoro primario) faceva ricchi regali ai figli dei dipendenti. Mio padre e i suoi colleghi potevano scegliere, poco prima della Befana (come ho già detto, Babbo Natale non lo avevano ancora inventato, a Roma), i doni per i maschietti e le femminucce. Quell'anno mi toccò una bellissima palla. Aveva grandi esagoni di velluto bianco, rosso e blu. Morbida, calda e pesante, non rimbalzava. Non era fatta per essere lanciata, ma piuttosto abbracciata. C'erano dei campanelli dentro, e suonava rotolando pigra. Anni dopo, nella smania di capire tutti i meccanismi che mi capitavano tra le mani, scoprii che internamente era fatta di sughero. Uno spessissimo strato di sughero.
Ebbene questa bellissima palla, miracolosamente apparsa accanto alla calza che avevo appeso nel gennaio del 55", dopo aver meravigliato e rallegrato la giornata della Befana, scomparve cosi come era venuta, durante la notte.

Voglio dire che la mattina non c'era più. Non solo non c'era più. Nessuno ne sapeva nulla. Nessuno l'aveva vista, tranne io. Eppure ci avevo giocato. Mi ricordavo la sua musica, con i campanelli che suonavano in sequenza in un preciso punto del giro, come se fossero associati ad un colore. Mi ricordavo che quando passava sulla mattonella ottagonale spaccata che c'era tra l'ingresso e la sala da pranzo la faceva ondeggiare, col suo peso. Ma il resto della famiglia ne negava l'esistenza. "Ma quale palla?" diceva mia madre. "Palla?" diceva mia sorella grande. E così via. Finchè me ne dimenticai, dopo qualche giorno. Come tutti gli anni, finite le feste si tornava rapidamente alla vita di tutti i giorni. Al grembiulino, all'asilo di via dei Maroncelli e alla San Lorenzo bombardata, che sembrava un'enorme bocca cariata e sdentata, che pazienti dentisti cercavano di rimettere insieme.

SLorenzo


La palla ricomparve molti mesi dopo, in autunno. Durante una tonsillite, malanno del quale soffrivo spesso. Nel delirio della febbre a quaranta, contenuta alla meglio dalle supposte di Piramidone, la palla ricomparve, appunto. Per alcuni giorni, durante la malattia e la convalescenza. Poi se ne tornò in quel luogo fatato dove stavano i giocattoli.
Non pensate ora che fossi così lucido, a tre anni, da trovare allora incongruente il comportamento misterioso della palla. Semplicemente era così: ella appariva in circostanze speciali, ad allietare la mia vita. Poi scompariva a lungo, e durante questi periodi, non era mai esista. Solo a distanza di moltissimo tempo, quando ero ormai grande e avevo intrapreso il mio interminabile viaggio, la mamma mi svelò, in un momento di confidenza, che l'apparizione e la scomparsa della palla (e di molti altri giocattoli) era strumentale.
Dal momento che non c'erano soldi per comprarmi dei giochi, quelli che gentilmente mi venivano regalati dalla magnanima Azienda per cui lavorava mio padre (quelli che portava la Befana, insomma), venivano "centellinati". Mi veniva concesso di giocarci un po', poi sparivano. E per non farmi essere triste, mi dicevano che non erano mai esistiti. Ricomparivano se stavo male, o per qualche giorno appena finita la scuola. In momenti eccezionali, insomma.
Beh, ora credo che il comportamento erratico dei miei giocattoli sia stato un ingrediente fondamentale della mia formazione, e che la loro metaesistenza in uno spazio non completamente reale abbia profondamente influenzato la mia inclinazione al viaggio, e la mia profonda incapacità di mettere radici.

Mamme, se volete fare di vostri figli dei bravi marinai, fategli sparire i regali. Funziona.

postato da: ExMarcanciel alle ore 00:40 | Permalink | commenti (4)
categoria:regali, doni, personalità, marinai, scomparsa
giovedì, 24 dicembre 2009
L'arrivo del Natale, al quarto piano di via degli Etruschi, si capiva dai colori e dagli odori. Nonno Pietro aveva un banco di fiori, a piazza Barberini. Qualche settimana prima del Natale arrivavano in casa i rami di lauro ceraso. La nonna li verniciava, con la vernice rossa, dorata e argentata. Ma per lo più rossa. La casa si riempiva di colore. Sulle vecchie seggiole impagliate, c'erano piccoli schizzi dei Natali degli anni precedenti, ormai scoloriti. Più o meno nello stesso periodo arrivava anche una gallina. Veniva tenuta in una scatola di cartone, e per un po' ci potevo fare amicizia. Poi improvvisamente spariva, e il giorno di Natale c'era il brodo. Non ho mai collegato le due cose, ai tempi. Ero preso dai profumi delle bancarelle dell'Immacolata, di zucchero caramellato e mele di Pippo. Dall'odore di polvere da sparo dei mortaretti, e da quello dei mandarini, dei carciofi, delle arzille e dei merluzzi del mercato di piazza Vittorio. Natale era un periodo speciale, allora, anche se non avevano ancora inventato l'omonimo albero. Chi poteva, faceva il presepe, ma erano in pochi. Il primo albero l'ho visto a cinque anni, nella sede dell'Esercito della Salvezza. Le dame che ne facevano parte, tutte attempate signorine, che c'entravano con gli Americani, avevano organizzato una pesca di beneficenza per la comunità polacca. E siccome mia madre è polacca, mi ci aveva portato. Alla festa c'era appunto un albero con le palle e le candele, e un uomo anziano vestito di rosso, che incuteva un certo timore. Distribuiva vestiti e giocattoli Americani di seconda mano, e barattoli di latte in polvere. Mia madre insisteva perché mi sedessi sulle sue ginocchia. Mi spingeva, anche se cervavo di resistere. Fino a che il vecchio riuscì ad acchiapparmi per la giacchetta, e a sollevarmi da terra. Mi regalò un grosso guantone scompagnato, con cui quel Natale, e per molto tempo ancora giocavo alla boxe. Solo anni dopo ho scoperto che lui era Babbo Natale, e ancora molti anni dopo, che quello era un guantone da baseball. Natale era un fantastico periodo di meraviglie e scoperte, nel 57".
postato da: ExMarcanciel alle ore 00:41 | Permalink | commenti (5)
categoria:
venerdì, 18 dicembre 2009
postato da: ExMarcanciel alle ore 21:24 | Permalink | commenti
categoria:
mercoledì, 16 dicembre 2009

Per merito della reciprocità, che è pienamente applicata, non si sa mai chi sia figlio di chi, ma mangiano e dormono tutti.   

In questo scenario, la storia di Nilton è ancora un po' più complicata. E' nato a Sao Vincente, una delle isole di Sopravento, a Mindelo. Una città di porto. Meno turisti sdraiati sulla spiaggia a prendere il sole. Più marinai, ladri, puttane e coltelli. Dell'infanzia di Nilton non so quasi nulla, e probabilmente non lo sa neanche lui. Di Padrasti e di Tie ne deve aver visti passare tanti. Comunque, quando aveva circa 12 anni, al porto di Midelo attracca un vascello. Il proprietario, un Olandese, nota il ragazzino, che spicca per prontezza e intelligenza. Lo imbarca. E Nilton passa dieci anni sul vascello. Diventa un ragazzo alto e slanciato. E' naturalmente distinto, ed elegante nella sua divisa coi bottoni dorati. Impara, abbastanza bene, sette lingue. Ed impara a conoscere le stelle, i mari, le donne, le religioni e le usanze di tutto il mondo. Poi all'improvviso si toglie la divisa, scende dal vascello, e con vari mezzi di fortuna torna a casa. Il mal d'Africa, la Saudade sono più forti dei bottoni dorati. Nilton torna a dormire sulla spiaggia, o dove capita, e ad arrangiarsi, come fanno tutti qui. Possiede solo un paio di ciabatte e un paio di calzoncini, che io sappia, e una maglietta del Fishing Dream, che riesce misteriosamente a mantenere pulitissima. La mattina arriva sul pontile, con il suo prezioso "catalogo" in mano. E' un raccoglitore con le buste in plastica, con tante fotografie di battute di pesca. Si avvicina ai turisti, e Italiani, Inglesi, Tedeschi, Francesi, Spagnoli, Portoghesi o Olandesi che siano, li avvolge e istupidisce con i suoi racconti di mare e di stelle, di conchiglie e divinità, di pesci e di vento. Gli danza attorno. Le grandi mani, che muove continuamente, evocano polpi e murene, tartarughe e Marlin. E' una sirena. E gli vende un'uscita a pesca. E' il nostro "rappresentante", insomma. Si è autoassunto. Non so dove si sia procurato il raccoglitore. Lo avrà rubato ad un commercialista mentre beveva un aperitivo al Calema. E' sempre a caccia di fotografie, da mettere nel suo album e sotto il naso ai turisti. Nelle ultime pagine (ma quelle non le fa vedere a nessuno), ci sono le foto sgualcite dei suoi figli e delle sue mogli, rimasti in qualche isola. Si è autoassunto, dicevo, a forza di gironzolare attorno al Fishing Dream. E due o tre volte al giorno, entra nel negozio saltellando, e tutto contento dice, mischiando le varie lingue "Ziu! Mi ha venduto una scursione de Trolling! Buono client, from Germany!Ja!", e chiede qualche euro di anticipo sulle provvigioni. Non so se spedisce i soldi ai figli, più probabilmente sfumano nel Grog, dal tardo pomeriggio in poi. Comunque, alla mattina del giorno dopo i soldi non ci arrivano, e spesso mi chiede duecento scudi per una Cathupa.Per i miei "soci" è un rompicoglioni, e lo trattano spesso in modo sgarbato. Lui si offende, e per qualche giorno sparisce. Ha un grande senso della dignità. Io lo considero un PR eccezionale.E poi, sono suo Ziu.
  
Dopo la lunga immersione nell'intricata società Capoverdiana e nell'altrettanto intricata biografia di Nilton, posso finalmente risalire i gradini, e tornare sulla spiagga di Ponta Preta. I personaggi, che erano rimasti immobili nel frattempo, possono rianimarsi, e riprendere da dove avevamo interrotto. Nilton è sempre li in piedi, col braccio alzato e le cassette sulla testa.
"E tu che C. ci fai qui? Da dove sbuchi?" lo apostrofa Jacopo. E Nilton spiega, con la fronte aggrottata e le sopracciglia sollevate, per dare più enfasi, che è venuto a cucinare. Del pesce che un escursionista ha pescato in barca di mattina. Nilton, che staziona sul pontile alla ricerca di clienti, accoglie sempre gli escursionisti al ritorno dalla pesca. Li aiuta a salire le scivolose scalette, gli porta le canne, si offre di pulire il pesce. Sperando in un euro o cento scudi di mancia. Ebbene questo escursionista, un certo Ignazio, Portoghese, aveva detto che sarebbe venuto anche la sera, alla gara di pesca agli squali. E aveva chiesto a Nilton, lasciandogli i pesci da pulire, di cucinarglieli sulla spiaggia, durante la gara. Sicché, il nostro intraprendente rappresentante si era dato da fare. Aveva spanciato e squamato una carriola di pesce. Li aveva messi in un sacco, si era infilato nella cinta diversi barattoli di sale, pepe, erbe e condimenti e si era fatto quattro o cinque chilometri a piedi, da Santa Maria, per raggiungerci sulla spiaggia di Ponta Preta. Mentre andava, aveva trovato un pezzo di moquette e delle cassette di legno, che si era messo sulla testa. Così, addobbato come un albero di Natale e orgoglioso della sua impresa, eccolo li. "Ma per chi dovevi cucinare?", gli chiede Jacopo, col suo solito sgarbo di merda. "Guarda che se ll'era per l'Ignazio, non è miha venuto. E io n' ti do na lira. Non hiedere soldi a me. Porta tutto ndietro, che l'ho da fare". E Nilton, senza perdersi d'animo: "Mi cucino per Ziu! Mi è bravo cuoco!".
Improvvisamente, veniamo distratti dalle urla di un tedesco, che ha allamato un pesce. E' finito in acqua fino alla cintola. Gira come un forsennato la manovella del mulinello. Ma la frizione è partita e fischia, e il pesce prende il largo. E' grosso, ed è qualche altra cosa. I pescecani non fanno così. Andiamo a dargli una mano. Il tedesco è tutto rosso dall'eccitazione, da sole che ha preso di giorno, e dal freddo della serata. Dopo una mezz'ora di battaglia, il pesce arriva a riva. E' un bel Jack Trevally, grosso. Come avere un fuoribordo da venti cavalli attaccato alla canna. Michel acchiappa il terminale, e lo porta in secca. Questo non lo misuriamo. Ce lo mangiamo.
Finita l'emergenza, vado a vedere a che punto sta la cottura. Incredibile. Nilton ha scavato due buche profonde un metro, e messo la sabbia tutto attorno. Sembrano due vulcani. In una tiene vivo il fuoco, nell'altra sposta le braci. Con i pezzi di cassetta ha fatto delle mensole, su cui ha sistemato le sue boccette di condimenti. Sale, olio, pepe, erbe, tutto in bell'ordine. Ha persino costruito un montarozzo di sabbia, e ci ha messo la moquette. Una specie di rudimentale poltrona. "Questa è per Ziu!" mi dice, tutto soddisfatto. Zompetta tutto indaffarato da un cratere all'altro, sposta con due legni pezzi di brace, gira i pesci e li cosparge di profumi. Ogni tanto, senza apparente ragione, molla tutto e mi abbraccia forte. Poi si lava le mani in una mezza bottiglia di plastica che ha riempito di acqua di mare, e riprende a cucinare.
I tedeschi sentono l'odore del pesce arrosto, e un po' per curiosità, un po' per il freddo, si avvicinano pian piano tutti al fuoco. Allora Nilton inizia a prendere dei pezzi di pesce fumanti e li distribuisce in giro. Qualcuno lo assaggia e fa dei complimenti. Le due ragazze si guardano tra loro, quando Nilton gli offre la polpa di pesce. "Oh si si si si si! El piatto!". Si accorge che sono in imbarazzo. Allora butta via il pesce, e prende dei pezzi di cassetta. Li rompe in piccole tavolette, poco più lunghe di una mano. Con eleganza e professionalità, li sciacqua nel culo di bottiglia piena d'acqua di mare (lo stesso che aveva usato prima per lavarsi le mani).Li sgrulla, con attenzione, per asciugarli. E infine, con il piatto, o meglio la tavoletta sulla mano, ci distende un filetto di pesce. Un goccio d'olio, una spruzzatina di erbette dal suo portentoso scaffale, e serve con un mezzo inchino alle ragazze, imbambolate. Sembra un cameriere del Grand Hotel. Sulla spiaggia tira un vento freddo. Si sta bene vicino al fuoco. Hanno smesso tutti di pescare. Con i loro bei piatti in mano, ondeggiano gomito a gomito, cantando canzoni tedesche. Io sto in poltrona. Nilton si avvicina, mi da un bacio su una guancia e mi dice "Sei contento, Ziu?", facendomi quasi cadere il mio prezioso piatto. Si, sono contento. Poi il fuoco piano piano si spegne, e cala il buio.
 
Ed eccomi di nuovo qui, a sistemare le mie piccole triglie di fango nel bagagliaio. Le farò fritte, sulla cucina economica. Gli operai sul tetto del supermercato  hanno quasi finito. Si legge già "Carrefo  ". Il resto si intuisce. E' un pomeriggio lattiginoso, del resto.

postato da: ExMarcanciel alle ore 20:17 | Permalink | commenti (1)
categoria:
mercoledì, 16 dicembre 2009

Nella cinta dei calzoni ha infilate un sacco di altre cose. Ride. Nel buio, la spropositata distanza tra i due incisivi centrali fa sembrare che abbia due bocche.

Bene, prima di andare avanti con il racconto della serata, è arrivato il momento di inquadrare meglio questo Nilton.
Apparentemente, è uno dei tanti "ninhos de rua" - un po' cresciutello, che vivono a Capoverde. Dire che è semplicemente senza fissa dimora sarebbe un eufemismo. In realtà, è senza casa, senza nazionalità, e ormai senza origini. Non è l'unico qui: anzi, questa condizione interessa la maggior parte dei ragazzi. Per capire meglio, bisognerebbe approfondire di molti livelli il funzionamento della società nell'arcipelago. Ma noi, giusto per trattare l'argomento in modo superficiale, scenderemo solo un paio di gradini. La famiglia capoverdiana, se di famiglia si può parlare nel senso che noi Europei gli attribuiamo, è matriarcale. Per farla spiccia, sono le donne a scegliere un compagno. E iniziano presto, a dodici o tredici anni. Subito subito ci fanno un figlio, magari durante un tuffo rinfrescante, al pomeriggio (il bagno pomeridiano è un rito. E' durante il bagno che avviene la maggior parte dei concepimenti). I capoverdiani fanno parte dell'oceano fin dal primo momento. Il bambino non viene allevato dalla mamma: è affidato, o meglio se ne prende spontaneamente cura la "Tia". La Tia è una Zia è tra virgolette, perchè non è affatto detto che sia una sorella della mamma. Diciamo per semplicità che è " una donna un po' più grande", che nessuno più vuole. Ovvero, ha circa ventritre anni. Questa "Tia", che a sua volta a suo tempo aveva scodellato tre o quattro figli, allevati da altre "Tie", ora si ritrova con i pargoli delle sue varie "Nipoti" (e anche qui, la parentela è sostanzialmente simbolica). Possono essere sette, otto, dieci. E con un uomo, che si è scelto, o le è capitato. Un pescatore, se è fortunata, o un ubriacone perdigiorno, cosa più normale. L'uomo si chiama "Padrasta". Ovvero, non è il padre di nessuno, se non dei suoi figli, che ha "al momento" dalla "Tia" in questione, o di quelli che ha mollato con altre "Tie", in genere in altre isole. E' semplicemente il padre "temporaneo" della truppa, finchè la donna se lo tiene. Nel frattempo, costui ingravida una o due figlie adolescenti di chissà chi, che fanno parte dalla famiglia (e dei cui bambini la "Tia" si prenderà cura). Le ingravida con pieno diritto. E' l'usanza, fa parte delle prerogative del padrasta, e nessuno ci trova nulla di strano. Poi, dopo una sbronza di Grogue (o Grog, una bruciante aguardiente de cana) particolarmente pesante, o perchè ha pestato troppo la sua compagna, o ancora più semplicemente perchè lei ha fatto il bagno con un altro, si ritrova per strada. Difficilmente un padrasta dura più di un anno. Nel frattempo, ha probabilmente messo al mondo un paio di cuccioli, e giacchè la Tia ha tante cose da fare, tra cui la Catchupa e il bagno pomeridiano, la cura dei più piccoli è affidata ad altri piccoli della tribù. In generale, una bambina di quattro anni ne tiene uno di due per mano. Se si allontanano, anche per diversi giorni, non si scalda nessuno. A Capoverde i bambini sono di tutti, e tutte le case sono aperte. Sicchè la coppietta, a zonzo per l'isola, quando sente odore di Catchupa che arriva da qualche catapecchia, entra, mangia e dorme. Poi fa ancora un tratto di strada, in qualche direzione, sino al pasto successivo. E fino ad aver completato il giro. Per merito della reciprocità, che è pienamente applicata, non si sa mai chi sia figlio di chi, ma mangiano e dormono tutti. 
Ho divagato, ma va bene così.  
 

postato da: ExMarcanciel alle ore 00:31 | Permalink | commenti
categoria:
lunedì, 14 dicembre 2009

DC

Col passaporto in una mano, e una piccola ballerina nell'altra, non so più bene dove andare. C'è troppa nebbia per navigare a vista. C'è troppo freddo per navigare. E poi non c'è acqua, ne sorrisi, qui.

postato da: ExMarcanciel alle ore 23:51 | Permalink | commenti (3)
categoria:
lunedì, 14 dicembre 2009

Quando uma Sereia canta
Tudo encanta....
É assim com a Cesária de Évora.
Doucement mais Vibrante....
Merci profundement..

postato da: ExMarcanciel alle ore 23:00 | Permalink | commenti
categoria:saudade, cesaria, snicolau
lunedì, 14 dicembre 2009

 

Jacopo

Michel taglia e innesca un altro po' di filetti di cavalle, e scherza. "Io di ha visto, ieri notte, a Calema!" mi dice ridendo, e agitando l'indice avanti e indietro, in segno di riprovazione. Il Calema è un pub notturno. Non ci vado mai, ma Michel dice che mi spia tutte le notti, mentre faccio baldoria, e che non mi accorgo di lui perché è nero, e nel buio non si vede. Michel è sempre felice, e ha un gran senso dell'umorismo.

Ci portiamo avanti, insomma. Tutto procede secondo copione....
E' un lavoro di routine, il nostro. Sono accucciato sulla spiaggia, è il tramonto. Con le mani in tasca, il bavero rialzato (comincia a tirare un vento freddo) e la sigaretta che penzola in bocca, controllo i tedeschi. Jacopo parla al cellulare con il padre, in Italia. Si sentono tutti i giorni, a quest'ora. Parlano della Fiorentina e del campionato. Il ragazzo ha nostalgia di casa. E io sto li, a guardare tedeschi che pescano pescecani, sulla spiaggia dell'oceano, senza fare una piega. I turisti sono eccitatissimi. Penso a quanto ero eccitato anch'io, i primi tempi, davanti a questo mare. E al fatto che ora, l'unica cosa che mi viene in mente è che tra tre ore dovremo smontare tutto, pulire le canne dalla sabbia, sciaquare il secchio delle esche dalle teste e dalle budella delle cavalle, e portare a casa i tedeschi. Mi sembra di aver perso qualcosa. Mi viene in mente quando sognavo il mare. E mi immagino quando lo sognerò ancora, quando sarò lontano da qui.

All'improvviso, al calare del buio, parte la canna di un ragazzino, proprio davanti a me. Gli altri attorno a lui mollano tutto, gli saltellano attorno, urlano. Qualcuno vorrebbe "aiutarlo" (in sostanza, pescare lui il pesce), ma il ragazzino non molla. Si aggrappa alla canna, anzi se la abbraccia, pronto a farsi trascinare in mare, se fosse necessario. Con tutta calma, prendo il mio armamentario, libro e il metro, tanto ci metterà cinque o dieci minuti per tirarlo fuori. Già, funziona così. Ognuno ha il suo ruolo. Quando qualcuno allama un pescecane, Michel va in acqua a prendere in mano il terminale d'acciao, e lo tira fuori. Jacopo, che è il primo chirurgo, lo slama con una pinza. Io, che sono il più anziano e normalmente esentato dalla manovalanza che tocca alla truppa, lo misuro, e scrivo la misura sul libro, per la premiazione finale. I pescecani sono quasi tutti Casson o pinnablu della stessa taglia, così spesso arrotondo, e alla fine faccio vincere chi mi pare. Soprattutto i bambini e le ragazze. Qualche volta, quando mi va, faccio una fotografia al pescatore col suo pesce. In genere mi scappa di fare fotografie quando il pescatore (un bambino o una bambina) ha paura di tenere il pesce in mano, e fa delle facce assurde. Ma mi sto dilungando troppo.  Dopo la misurazione (ed eventuale fotografia), il pescecane, che si è gentilmente prestato, viene ributtato in acqua. Durante tutta questa cerimonia, che dura uno o due minuti, il pesce appare esausto, quasi in fin di vita. In verità, resta immobile solo per riuscire ad assestare un bel morso se possibile, con uno scatto improvviso. Ma anche questo finisce per arricchire la sceneggiata. Spesso Michel prende il pesce e va in acqua fino a mezzo busto, fingendo di rianimarlo. Quando è in vena, simula pure una lotta stile Tarzan, in mezzo agli spruzzi delle onde. I cuori teneri sono tutti contenti della liberazione, e il pesce se ne va per conto suo, possibilmente a mangiarsi un'altra esca.

Di rado, il pescecane ingoia l'amo fino in fondo. Allora l'operazione chirurgica è più complicata, e deve intervenire il secondo chirurgo, che sarei io. Cerchiamo di fare il possibile. Se va storta ed è una femmina, apro la pancia e libero i piccoli, che sono vivi. Un parto cesareo in piena regola.
Qualcuno del pubblico si schifa, ma in generale l'emozione della nascita compensa il dispiacere per la morte della madre. Comunque chissa come, quando succede, sbucano sempre dal buio due o tre ragazzini capoverdiani, a litigarsi il pesce, come fossero avvoltoi in attesa di una carcassa da spolpare. Il fatto è che hanno fame. In genere, cerchiamo di cacciarli via, perché sono capaci di squartare il pesce proprio davanti ai clienti, e spesso litigano tra loro, coltello alla mano. Allora gli si dice di passare domani in negozio, che ci sarà qualcosa per loro. Quasi sempre accettano la dilazione...

Beh, tutta questa spiegazione per dire che il pescecane del ragazzino aveva proprio mangiato l'esca di santa ragione.Si procede all'operazione, come da copione. Niente da fare, il malcapitato non supera l'intervento. Come previsto, sbucano da dietro una duna tre ragazzi capoverdiani, già grandicelli, a reclamare il pesce, con una fame che si vede pure al buio. La situazione non promette benissimo: i giovanotti non sembrano disposti ad andarsene con le buone. A noi Italiani non ci considerano proprio, e anche Michel, che viene dalla Guinea Bissau, non gode di una grande autorevolezza quando si tratta di fame... Per trattare con i capoverdiani, soprattutto quando hanno un coltello in mano, ci vuole un capoverdiano.
E per miracolo, sbuca Nilton."SHISSA!!!"
Al suono della peggiore parolaccia creola, che di solito preclude l'arrivo di una ben assestata pietrata in fronte, e vedendo l'allampanato Nilton col braccio alzato, come pronunciasse un anatema, i giovanotti ripiegano di malavoglia. Nel buio, Nilton pare veramente uno stregone. Ha addosso una sacca, non si capisce se un tappeto o una coperta sull'altra spalla e uno strano baldacchino sulla testa. Nella cinta dei calzoni ha infilate un sacco di altre cose. Ride. Nel buio, la spropositata distanza tra i due incisivi centrali fa sembrare che abbia due bocche.

postato da: ExMarcanciel alle ore 17:30 | Permalink | commenti
categoria:pescecane, creolo, caboverde
sabato, 12 dicembre 2009
MichelAl maneggio, il pomeriggio era lattiginoso. I metereologi dicono che siamo in attesa della neve. E' difficile decidere che fare. Per uscire a cavallo fa troppo freddo. Il terreno è ancora viscido, dopo le ultime piogge. Per stare chiusi davanti alla stufa, non fa freddo abbastanza. Così, sono andato a fare la spesa, ogni tanto bisogna pur farlo. Al supermercato, una squadra di operai dell'Est sta cambiando le insegne. Da GS a Carrefour. Grandi manovre. Ma dentro, è tutto uguale. Compro degli avocado, maturi. E' difficile trovare degli avocado pronti per il Guacamole. Poi, vado verso la pescheria. Dietro al banco non c'è nessuno. Il pesce esposto sembra di plastica. I branzini e le orate trasudano antibiotici, e sembrano fatti con lo stampo. Mi guardo attorno, alla ricerca di qualcosa che sembri venire dal mare, e che non si possa allevare. Le alici e le sardine sembrano una poltiglia. Gli sgombri hanno gli occhi viola, come se avessero appena fatto una scazzottata in discoteca. L'unica cosa che sembra commestibile sono delle "triglie di fango". Ma come si fa a scrivere su un'etichetta "Triglie di fango"??? Fa schifo solo a pensarci. Per fortuna so che non si parla del fango di un lago, conosco bene le triglie, non frequenterebbero mai un lago. Faccio chiamare un'inserviente. La signorina, bruna, che poco prima era al banco della frutta, sembra avere i baffi appena rasati. Ma è gentile. Ha un camice e un cappellino bianco. Infila dei guanti di gomma, come se dovesse fare un'operazione.  Mette le triglie in una busta di plastica, blu, e mi augura buona domenica. Pago, alla cassa, le triglie e il resto della spesa.
Andando verso l'automobile, col sacchetto blu in mano, mi torna in mente la spiaggia di Capoverde, le gare di pesca, Nilton, e le sue grigliate. L'ultima volta è stato a Ponta Preta, durante una nottata di surf casting.
Accompagnavo dei tedeschi, raccattati dallo Scuba Caribe. Mentre Jacopo sistemava le canne sulla spiaggia, ero andato a prenderli, a piedi, di fronte al Riu. Jacopo parla solo, a malapena e con chi gli pare, il fiorentino.  Sicché, con i clienti ci dovevo parlare io. Dopo un paio di chilometri di spiaggia, arrivo al casotto della Scuba, e chiedo alla hostess dove sono i clienti del Fishing Dream. Me li indica, e mi accorgo di aver fatto una domanda stupida. Sono ovviamente intorno al chiosco delle bevande, con la loro birra in mano. Sono tutti in calzoncini e maglietta, senza felpa. Cazzi loro, penso tra me. Gli dico che siamo pronti a partire, e diligentemente mi consegnano gli inutili scontrini delle prenotazioni. Ordine tedesco.  Li raggruppo, per farmi un'idea dei clienti che mi toccano per la serata. Quattro uomini adulti, sei bambini, due ragazze. Avanti, march, mi avvio verso la postazione di pesca. Da brava guida, passando davanti ai nidi di tartarughe, recintati alla meglio, gli racconto quando e come si schiuderanno le uova. Non glie ne frega niente a nessuno. I bambini, in compenso, mi saltellano attorno chiedendo se potranno pescare un pescecane. Questo è poco, ma sicuro, penso tra me. Arrivati sul posto, dove Jacopo e Michel hanno allestito un baldacchino come se fosse una vera gara di pesca, gli faccio estrarre le posizioni, con dei tappi di birra numerati. In verità, dopo aver chiamato i nomi, i tappi li estraggo io, guardando dentro il sacchetto. Metto i grandi ai lati, più lontani, e i ragazzini e le ragazze in mezzo. Così forse dovrò correre meno sulla spiaggia, stanotte. Li istruisco sul da farsi alla meglio, e gli chiedo se hanno capito. I grandi fanno cenno di si con la testa. Speriamo. Prendono posizione, e suono la tromba rituale per iniziare la gara. Veramente, più che una tromba è un tubo di plastica con un buco di lato, e una specie di membrana. Ma insomma, suona come una tromba, e i tedeschi cominciano a darsi da fare. Io, Jacopo e Michel andiamo a lanciare le canne di quelli che non ce la fanno da soli, praticamente tutti. Bene, le canne sono in acqua, e siccome sappiamo bene che prima del tramonto non c'è verso che abbocchi qualcosa, è ora che lo "staff" si fumi una bella sigaretta, vicino al baldacchino. C'è tempo per spruzzarci addosso l'Autan, e fare due chiacchiere.  Michel taglia e innesca un altro po' di filetti di cavalle, ci portiamo avanti, insomma. Tutto procede per il meglio.
postato da: ExMarcanciel alle ore 21:54 | Permalink | commenti (4)
categoria:pesca, surf, capoverde, grigliata
mercoledì, 09 dicembre 2009
postato da: ExMarcanciel alle ore 23:37 | Permalink | commenti (2)
categoria: