Come forse si era capito dal mio ultimo scritto, Buon Natale, la mia non era una famiglia "abbiente". Non che fossimo poveri in senso stretto: mio padre faceva tre o quattro lavori (risulta che avesse i baffi fino a quando avevo dieci anni, ma non mi ricordo di averlo mai visto così), e la mamma faceva la sarta in casa. Quindi denaro ce n'era, immagino. Ma veniva rigorosamente messo da parte. Doveva servire a comprare l'appartamento al secondo piano.
La situazione attuale, in cinque (i genitori, io e le mie due sorelle) in una stanza ricavata con una parete di cartone dal fondo del corridoio dei nonni doveva essere temporana, il più temporanea possibile.
Sicchè, l'intera famiglia (me compreso, che avevo tre anni) era chiamata al sacrificio. Non si poteva spendere per prelibatezze, nè tantomeno per dei doni. Ma per fortuna, l'azienda per la quale lavorava mio padre (nel suo lavoro primario) faceva ricchi regali ai figli dei dipendenti. Mio padre e i suoi colleghi potevano scegliere, poco prima della Befana (come ho già detto, Babbo Natale non lo avevano ancora inventato, a Roma), i doni per i maschietti e le femminucce. Quell'anno mi toccò una bellissima palla. Aveva grandi esagoni di velluto bianco, rosso e blu. Morbida, calda e pesante, non rimbalzava. Non era fatta per essere lanciata, ma piuttosto abbracciata. C'erano dei campanelli dentro, e suonava rotolando pigra. Anni dopo, nella smania di capire tutti i meccanismi che mi capitavano tra le mani, scoprii che internamente era fatta di sughero. Uno spessissimo strato di sughero.
Ebbene questa bellissima palla, miracolosamente apparsa accanto alla calza che avevo appeso nel gennaio del 55", dopo aver meravigliato e rallegrato la giornata della Befana, scomparve cosi come era venuta, durante la notte.
Voglio dire che la mattina non c'era più. Non solo non c'era più. Nessuno ne sapeva nulla. Nessuno l'aveva vista, tranne io. Eppure ci avevo giocato. Mi ricordavo la sua musica, con i campanelli che suonavano in sequenza in un preciso punto del giro, come se fossero associati ad un colore. Mi ricordavo che quando passava sulla mattonella ottagonale spaccata che c'era tra l'ingresso e la sala da pranzo la faceva ondeggiare, col suo peso. Ma il resto della famiglia ne negava l'esistenza. "Ma quale palla?" diceva mia madre. "Palla?" diceva mia sorella grande. E così via. Finchè me ne dimenticai, dopo qualche giorno. Come tutti gli anni, finite le feste si tornava rapidamente alla vita di tutti i giorni. Al grembiulino, all'asilo di via dei Maroncelli e alla San Lorenzo bombardata, che sembrava un'enorme bocca cariata e sdentata, che pazienti dentisti cercavano di rimettere insieme.

La palla ricomparve molti mesi dopo, in autunno. Durante una tonsillite, malanno del quale soffrivo spesso. Nel delirio della febbre a quaranta, contenuta alla meglio dalle supposte di Piramidone, la palla ricomparve, appunto. Per alcuni giorni, durante la malattia e la convalescenza. Poi se ne tornò in quel luogo fatato dove stavano i giocattoli.
Non pensate ora che fossi così lucido, a tre anni, da trovare allora incongruente il comportamento misterioso della palla. Semplicemente era così: ella appariva in circostanze speciali, ad allietare la mia vita. Poi scompariva a lungo, e durante questi periodi, non era mai esista. Solo a distanza di moltissimo tempo, quando ero ormai grande e avevo intrapreso il mio interminabile viaggio, la mamma mi svelò, in un momento di confidenza, che l'apparizione e la scomparsa della palla (e di molti altri giocattoli) era strumentale.
Dal momento che non c'erano soldi per comprarmi dei giochi, quelli che gentilmente mi venivano regalati dalla magnanima Azienda per cui lavorava mio padre (quelli che portava la Befana, insomma), venivano "centellinati". Mi veniva concesso di giocarci un po', poi sparivano. E per non farmi essere triste, mi dicevano che non erano mai esistiti. Ricomparivano se stavo male, o per qualche giorno appena finita la scuola. In momenti eccezionali, insomma.
Beh, ora credo che il comportamento erratico dei miei giocattoli sia stato un ingrediente fondamentale della mia formazione, e che la loro metaesistenza in uno spazio non completamente reale abbia profondamente influenzato la mia inclinazione al viaggio, e la mia profonda incapacità di mettere radici.
Mamme, se volete fare di vostri figli dei bravi marinai, fategli sparire i regali. Funziona.
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Al maneggio, il pomeriggio era lattiginoso. I metereologi dicono che siamo in attesa della neve. E' difficile decidere che fare. Per uscire a cavallo fa troppo freddo. Il terreno è ancora viscido, dopo le ultime piogge. Per stare chiusi davanti alla stufa, non fa freddo abbastanza. Così, sono andato a fare la spesa, ogni tanto bisogna pur farlo. Al supermercato, una squadra di operai dell'Est sta cambiando le insegne. Da GS a Carrefour. Grandi manovre. Ma dentro, è tutto uguale. Compro degli avocado, maturi. E' difficile trovare degli avocado pronti per il Guacamole. Poi, vado verso la pescheria. Dietro al banco non c'è nessuno. Il pesce esposto sembra di plastica. I branzini e le orate trasudano antibiotici, e sembrano fatti con lo stampo. Mi guardo attorno, alla ricerca di qualcosa che sembri venire dal mare, e che non si possa allevare. Le alici e le sardine sembrano una poltiglia. Gli sgombri hanno gli occhi viola, come se avessero appena fatto una scazzottata in discoteca. L'unica cosa che sembra commestibile sono delle "triglie di fango". Ma come si fa a scrivere su un'etichetta "Triglie di fango"??? Fa schifo solo a pensarci. Per fortuna so che non si parla del fango di un lago, conosco bene le triglie, non frequenterebbero mai un lago. Faccio chiamare un'inserviente. La signorina, bruna, che poco prima era al banco della frutta, sembra avere i baffi appena rasati. Ma è gentile. Ha un camice e un cappellino bianco. Infila dei guanti di gomma, come se dovesse fare un'operazione. Mette le triglie in una busta di plastica, blu, e mi augura buona domenica. Pago, alla cassa, le triglie e il resto della spesa.